Gli abiti antichi sono una macchina del tempo in grado di far rivivere le grandi civiltà del passato: Egitto, Grecia classica e Roma imperiale.

– Non sono narcisista né egoista; se fossi vissuto nell’antica Grecia non sarei stato Narciso.
– E chi saresti stato?
– Giove.
– Woody Allen –

E’ facile trasformarsi nell’enigmatica regina Cleopatra, nell’astuto Ulisse o nel divo Giulio Cesare.

In tremila anni di storia della antica civiltà Egizia l’abito subì poche trasformazioni: per gli uomini fungeva da vestito un semplice perizoma di lino su cui si potevano indossare una o più sottane trasparentissime, trattenute in vita da una cintura, sottane lunghe oltre il ginocchio oppure piuttosto corte; solo il gran sacerdote aveva il diritto ad una pelle di leopardo da gettare sulla gonna pieghettata.
Le donne si vestivano come gli uomini: vesti sempre di lino finissimo, trasparenti, plissettate, ornate con cinture molto alte, sotto il seno; le maniche, spesso con frange, lasciavano scoperto l’avambraccio sovraccarico di bracciali: per quanto riguarda i colori, tutte le tinte erano ammesse, ad eccezione del nero, se non per le parrucche e del rosso anche se era concesso l’amaranto.
Al contrario di quello egizio, l’abito romano varia molto a seconda del periodo e dell’opulenza raggiunta; si passa dalla classica tunica romana stretta alla vita da una cintura, fino ad arrivare alle vesti mollemente drappeggiate di seta purpurea, ricamate in oro del periodo imperiale.
Se il clima era fresco, il numero delle tuniche aumenta, in generale l’indumento era al di sopra del ginocchio, ma con l’andar del tempo si allunga fino alla caviglia; sopra la tunica, la toga, l’unica veste che contraddistingueva il civis romanus, ingombrante, complessa: acquistava dignità ed eleganza a seconda di come veniva drappeggiata sul corpo, in base alle guarnizioni e al modo con cui veniva portata, indicava la classe sociale di chi l’indossava.

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